DREAM VIRTUAL PLAY

by MARIA LUISA SANTELLA

MARIA LUISA ABBATE

MARLUNA300O1

4

SULLA COLLINA

 JOSEPH:           Fa freddo, qui, in cima alla rocca, aggrappato a queste grate.

                            Un freddo astuto, umido, malato. Un freddo che mette addosso una strana

                            paura.  Da quando sto qui? Non lo so. Non so dare un senso a nulla.

                            L’alternarsi delle stagioni e delle ore, della vita e della morte, della fame e

                            del sonno, dell’amore e del dolore, non mi dicono nulla.

                            Solo la paura ha ancora un senso per me.

                            Una strana paura che cresce ogni volta che spio nella stanza.

                            Una di quelle paure che ti si attaccano addosso peggio del destino.

                            A volte, giù, sul lago scorgo una zattera.

                            Su vi è un uomo che mi incute rispetto.

                            Talvolta mi sembra di penetrare nei pensieri di questi miei compagni di

                            sventura e che anche loro siano consci di poterlo fare con me.

MADELEINE:  Foschia su foschia, la cometa viene.

                            Un giorno o l’altro prenderà anche noi.

JOSEPH:           Intanto affogo in un mare di spezzoni d’incubi che si assemblano e

                            svaniscono da sé. C’è un’ immagine ricorrente.

                            Sono su un palcoscenico. Dalle quinte sbircio in un camerino.

                            Un volto di donna in uno specchio circondato da lampadine accese.

                            Occhi come abissi. Una bocca rossa come una ferita.

                            Un corpo su cui brillano le scorie dei sette peccati capitali e

                            l’innocenza di una santa. Un corpo in cui ho voglia di perdermi.            

                            Silenzio.

MADELEINE:  La mia anima…mi turba come il pianto di un bambino di cui dovrei

                            liberarmi, ma non voglio. Mi vado liquefacendo alla fiamma delle

                            candele dentro tetri corridoi che sempre conducono in stanze abbandonate

                            di forma ottagonale.

                            Come questo salone che si affaccia su una caletta su cui stiamo appena

                            entrando.

                            Sul pavimento danza, seguendo una sua musica segreta, una bambina di 10

                            anni. Il corpicino nudo e ossuto è  avvolto in sette veli.

                            Su pareti di fango mani di gesso scavano con unghie affilate mappe cosmiche.

                            Il destino di un uomo e di una donna.

                            Nei lampi appaiono i resti di Pompei sotto un Vesuvio violaceo.

                            All’improvviso la bambina si ferma e corre verso la balconata che circonda

                            il salone della Torre. I capelli tremano intrecciandosi al vento.

                            Intorno a lei sfilano ombre di eroi in armatura, monaci di tutte le fedi,

                            larve, omuncoli, ieratiche figure calve dalle teste a cono, giganti di luce.

                            Il Figlio dell’Uomo veglia su di lei.

JOSEPH:           In questo gelido fermo temporale sono tutto ciò che sono stato, sono e sarò.

MADELEINE:  L’amore è un miracolo. L’immaginazione ci conduce ai limiti dei nostri

                            veri limiti. Baciami. Sono morbida. Respirami. Salta con me, ora.

JOSEPH:           Ci muoviamo dentro modellini di set virtuali che cambiano continuamente.

                            Miniature di mondi.

SULLA ZATTERA

MADELEINE:  Perth. Western Australia. Una città come un’altra.

                            Dietro un angolo una ragazza con un pappagallo su una spalla suona il                

                            sassofono.  Un ragazzo nudo corre avvolto in un lenzuolo bianco.

JOSEPH:           Troppo poco per vivere. Troppo poco per morire.

MADELEINE:   Ragazzi. Tatuati. Donne. Uomini. Ascensori. Carta igienica su mattonelle

                             verdi. Buste di plastica. Mozziconi. Siringhe. Topi. Neon. Spazzatura.

                             Sesso. Pioggia. Lampioni. Polizia. Alcool. Violenza. Folla spaurita dal vuoto.

                             Informe protervia. Grattacieli. Baracche. Banche.

JOSEPH:            Troppo poco per vivere. Troppo poco per morire.

MADELEINE:   Una manciata di soldi su un tavolo da gioco in un tramonto rosso marte.

JOSEPH:            Che ciorta, cumpà! Quacche femmina te fa suffrì?! No worry! Be happy!

                             Arraffa! E‘ money nun fanno mai suffrì!

MADELEINE:   Afferri! Esci nella notte. Attraversi il giardino del pianto. Poche anime di

                             emigranti alla deriva senza nemmeno una zattera.

                             Poco più in là, in Fitzgerald Street, ti imbuchi in una Disco.

                             Piattaforme luminose, a vari livelli, su impalcature di tubi di plastica,

                             in cui scorrono liquidi colorati fosforescenti,

                             collegati  da sfere ruotanti luminose.

                             Ti lasci assorbire da quel labirinto spaziale.

                             Diamonds in darkness. Midnight Music. Accendi un joint.

                             Leggi: ‘Maratona di Danza per l’elezione della Regina di Perth e il suo Re.’

                             Ridi!

JOSEPH:            Birra rancida in lattine maleodoranti. Querule risate acide. Neon verdognoli.

                             Negli specchi della coca cola si vedono accendersi joint da joint .

MADELEINE:   Il deserto alle spalle. L’oceano in faccia. Il Black Swan nel ventre.

                             La testa del serpente arcobaleno nel cervello. I capelli attraversati da lampi.

                             Nel cuore la sabbia degli abissi aborigeni inondata di sangue.

                             In gola pozze d’acqua trascendentale. Spiriti mistici nella carne.

                             Ma una città di uomini bianchi è sempre una città bianca.

                             La corsa all’oro assorbe ogni altro motivo di esistenza.

                             Oro! Oro da merda! Merda! Oro! Alchimia della Vita!

                             Su una piattaforma a mezz’aria, io, una ragazza che

                             trema, sussulta, singhiozza, salta, si offre, pulsa energie animali.

                             Aggrappata al mio impermeabile di plastica trasparente arancione  

                            scivolo nel velluto nero che fascia il mio corpo.

                            Fuori la tempesta.

                            Mi sembra di stare ballando da giorni, anni.

                            L’uomo dentro il Juke Box urla parole in fila in un inglese stracciato.

                            Si dimena stanco traballando nella sua ciccia.

                            Sulla pista coppie senza bellezza, né vita, né gioia, né piacere,

                            senza lacrime né sorrisi, come in funebre corteo,

                            affondate in un’opaca noia, si sbattono per pura entropia.

JOSEPH:           All’improvviso ti vedo. Sei scesa dal tuo baldacchino.

                            La tua faccia di bambina imbronciata. Le tue frasi sospese.

                            La tua voce di sabbia.

MADELEINE:  Si può andare a piedi scalzi nella notte e restare fermi.

JOSEPH:           ‘Andiamo via?’  Ti sussurra dietro l’orecchio il tuo compagno giapponese

                            prima che riesca a farlo io. Non importa. Tanto tu ridi.

MADELEINE:  No! Dobbiamo vincere! Domani ho l’ultima replica al Feedtime. Poi via!

                            Ho bisogno di questi soldi io. Capisci!? Come lo lascio se no questo buco

                            di cesso del mondo. Tra qualche mese voglio essere a Parigi, e poi a Napoli.

                            La maratona lungo la notte dei neon continua.

JOSEPH:           Vado via!

MADELEINE:   Solo?

JOSEPH:            Solo!

MADELEINE:   Sali. Accendi i fari. Vai via. Come in un film.

                             Su una macchina che corre incontro all’alba.

                             Paesaggi scorrono nello specchietto retrovisore.

                             Napoli. Via Caracciolo. Una pioggia torrenziale.

                             Fradicio di Aglianico.

JOSEPH:            Senza nemmeno una delle tue immagini di conforto.

MADELEINE:   Nella testa le urla di una bambina di dieci anni.

JOSEPH:            Su una macchina che sfida le tempeste dei ricordi effimeri che ancora

                             tentano di coinvolgermi.

                             Via! Non siete miei! Via!

                             Cosa è mio se non la sventura?

                             Su una macchina che involontariamente corre incontro al destino.

MADELEINE:   Crash!  Una corsia d’ospedale!

                             Letti di ferro bianco. Piastrelle sbrecciate.

                             Un’infermiera un po’ francese, un po’ napoletana.

                             Qualche parola inglese.

                             ‘Ar’you staring at me? Dans mes yeux our run through the neons’night.

                              Insensate!’

JOSEPH:             Insensate Matematiche! Insensate Geometrie! Jazz!

MADELEINE:    Le urla di una bambina.

                              Ambienti poveri e malsani. Scale. Porte. Bassi, Pareti di tufo.

                              Cieli lividi. Magazzini abbandonati. Capannoni crollati.

                              Non ne sei venuto a noia?

                              Un giubbotto di pelle nera sulla pelle nuda sudata.

                              Un crocefisso sul petto villoso.

                              L’esercizio della paura negli occhi ascetici.

                              Una bambina che sogna, in un angolo,  

                              le cosce sporche di sangue,

                             scomposta, in abbandono.  

                             niente altro che una storia di amore e morte 

                             in un giro di vite.

                                     

JOSEPH:           Perth – Western Australia – Una città come un’altra.

                            Miseria e solitudine. Perdita d’identità. Risse latenti.

                            Faide. Invidie. Sesso. Gelosie. Pestaggi.

                            Aborigeni suicidati nelle carceri.

                            Latrine. Polizia. Immondizia nella pelle.

                            Come venirne fuori?

MADELEINE:  Una frenata brusca. Di corsa. Su. Per la scala di servizio.

                            Una tana in affitto in  un lurido Hotel Federation  a Fremantle.

                            Unico bagaglio: una vecchia scatola di scarpe piena di foto ingiallite.

                            Un pugnale. Una bottiglia di Bourbon piena a metà.

JOSEPH:           Non bisogna bere troppo…etc.

                            Una madre e i suoi amanti.

                            E un figlio che svicola di fronte al suo destino perché ha paura di amarsi

                            O non ha più tempo per niente.

                            Bloody Idiot!

                            La torre di Fremantle suona le ora.

                            Nuvole come sangue rappreso.

                            Quando i ricordi vengono a noia tutto passa.

                            Un ticchettio di tacchi a spillo.

                            Guardo giù.

MADELEINE:  Trafelata mi infilo nella porta del retro del Rock-Garage Theatre per

                            l’ultima replica.

JOSEPH:           Ha bisogno di due ore buone prima dello spettacolo.

                            Plaff! Ingoiata dalla porta. L’eco di un lamento.

                            Accendo un fuoco dentro me stesso.

                            Un fuoco su cui la morte striscia danzando con se stessa,

                            il fragile corpo infantile coperto da sette veli,

                            tra le dita una Kenzia rubata per Madeleine.

MADELEINE:  Ma perché mi accorgo solo ora della volgarità di questa stanza?

                            Non voglio più prestare il mio corpo ad altre putride storie di morte.

                            Non voglio più prestare il mio corpo alla Storia.

                            Stop.

JOSEPH:           Una Kenzia tra le dita. Entro.

                            Il salone e’ vuoto, non molto vasto, gonfio di musica,

                            in attesa di cuori famelici.

                            Jim Keays sta provando con i Master Apprentices ‘Nickelodeon’.

                            Seguo la scia dei gelsomini. Mi conduce sul retro da Madeleine.

                            Nel camerino luci viola, lampi di neon, una toilette 1800, un armadio

                            di noce con un grande specchio brunito sorretto da zampette di

                            elefante. Su di un servitore muto un tubino di velluto nero elasticizzato e

                            un impermeabile di plastica trasparente arancione. 

MADELEINE:  Nello specchio un volto ferito e due occhi sbarrati su se stessi.

                            Sulla pelle, com’è  pallida, disegno con l’henna rossa tatuaggi,

                            geroglifici. La mappa del viaggio che mi sta consegnando alla vita.

                            O alla morte. Eterne, anyway! 

                            Tu dietro le mie spalle.

                            Quelli che piangono piangono. Quelli che ridono ridono.

                           Ma tutti abbiamo le mascelle slogate e gli occhi asciutti.

                            Champagne! Presto! Champagne!

                            Brindiamo ai ricordi più infelici! Adieu!

                            Questa musica è come un lampione acceso sotto cui si sta

                            spegnendo l’ultima candela della libertà!!!!

                            Chi l’ha detto?

JOSEPH:            Un  temporale! Quando piove ci sono solo due cose da fare…

MADELEINE:   E a te non piace giocare a carte.

JOSEPH:            Ho trovato giochiamo alle sardine!

MADELEINE:   Porte che sbattono. Frenesia. Urla. Risate. Su per scale sbilenche.

                             Urla. Risate sguaiate. Musica.

                             Amore, ti amo! Non voglio morire! Baciami! Stringimi! Carezzami tutta!

                             Su! Tutto d’un fiato! Di corsa!

                             Un arcangelo Gabriele apre le sue grandi ali e il mio vago sorriso mormora:

                             ‘In tempi come questi arrivarono i Borbone a Napoli.

                             A Perth, ora, è la morte che li attrae, una morte coperta di merda mutata

                             in oro. Arri cacauro! Arri cacauro!’

                             Oh! Lo so! Ti si potrebbe anche spezzare il cuore mentre come in            

                             un’ istantanea ti sorrido attraverso i silenzi degli specchi.

                             Invece tu vai via!

JOSEPH:            Entro nella sala. E’ piena.  Afferro un bicchiere. Bevo a lunghi sorsi.

                             La birra spillata, giù per la gola. Un pugnale tra le mani. Ci giocherello.

                             Come per caso, getto dentro di me uno sguardo che potrebbe uccidermi

                             sul colpo se non lo fermassi a tempo.  La musica mi sommerge. Nickelodeon.

                             Sul fondo scena Madeleine, un sassofono tra le mani, scivola senza suonare.

                             Figurina fotosensibile.

MADELEINE:   Ogni volta tutto finisce prima di cominciare.

                             Rotolo e rotolo.

                             Con dita rapaci traccio intrecci di geroglifici aborigeni cercando il mio.

                             Sulla parete appare un abito nero lacerato ai piedi di un armadio vittoriano.

                             Il mio corpo nel sangue, per terra, in posizione fetale.

                             Al mio fianco un pugnale avvolto nelle spire di un serpente. Il tuo.

                             La terra trema. Una campana suona. E il giro di vite riprende.

                             Mi lascerò mai trovare dalla vita?

                             Non resta che un Live in Perth dall’oscuro titolo ‘Nickelodeon’.

                             Qualcuno che vuole mantenersi a galla se ne va urlando che l’onda è vicina.

                             Il mio volto si liquefa nello specchio del camerino.

                             Dovrei lasciarmi trascinare via, ma il tempo rovina sempre un attimo prima

                             della luce dell’alba in due occhi ubriachi, e spufffff!

                             Nessuno ci chiede mai cosa vogliamo, cosa siamo.

                             Nessuno si chiede o chiede davvero nulla.

                             Un gatto nero sta graffiando dietro la mia porta.

                             Dovrei smettere di scorrere il catalogo delle nequizie e

                             offrire inerme il mio sangue all’assassino.

                             Ti vedo. Sei qui. Appiattito contro il muro come un’alga partorita

                             da questi sotterranei in cui continuiamo a cercarci nei tempi persi.

                             Muoio in questo ricovero degli ultimi lampi di barbarie in modo così

                             sdolcinato perché ho continuato ad allevare io questo sogno di morte

                             consumando tra bande omicide avide di catastrofi le mie notti bianche.

                           

 

                            Dalla morte alla vita, la paura vince la paura offrendosi al pasto nudo

                            del suo sogno d’amore.

                            Tu. Un’ombra che mi spia acquattata nel buio,

                            spettatore privilegiato.

                            Nel viola dei ritorni ci incontreremo un giorno senza morirne.

                            Navigo tra le fiamme nel mio acquario certa che l’ultimo appuntamento                                                                        

                            sarà in un paesaggio di amore.

                            Ma ora, un pugnale dimenticato sulle nostre vecchie foto, tu senti così

                            freddo, le mie cosce sono così bianche…

                            Su! Distraiti da un incubo sui miei capezzoli.

                            Giochiamo ad annullare paura e gelo…Su! Con quella lama!

                            Mettila al caldo, fino al pube…, ma prima disegnalo, così, si!

                            Passamela sul volto, tra le labbra, sulla gola….Ah!

                            Non resta che un piccolo passo, non sarò io a tirarmi indietro.

                            Il mondo dove dovremmo essere non è qui.

                            Quel mondo, forse, ancora non esiste.

                            Forse  non siamo nemmeno capaci di immaginarlo.

                            Ci troverà lui quando avremo smesso di ipotizzarlo.

JOSEPH:           Perth è una città come un’altra quando ti allontani nella luce dell’alba.

                            Resta alle tue spalle come un’eco e svanisce mentre ti sollevi in volo

                            lasciandoti alle spalle la morte.

                            Una città come un’altra, normale come la follia e l’orrore,

                            come la pace che ci invade quando sappiamo che nessuno può più aiutarci,

                            quando siamo certi che se non avessimo voluto guardare in faccia la vita

                            la vita non ci avrebbe voltato le spalle.                                 

                            Un giorno o l’altro i colori ci sommergeranno.

                            Perth è una città come un’altra quando non ti resta più niente da desiderare,

                            e puoi fare le valige perché non c’è nessuno che ti vuole.

                            La solitudine non è che una malattia, come la menzogna.

                            Perth è una città come un’altra in attesa di redenzione.

                            E’ questo che non te la fa cancellare.

                            In bilico tra Vita e Morte  la salvano i cieli.

                            Le poche case già si allontanano.

                            Il grande tracciato cosmico appare sulla sabbia rossa.

                            Un’ombra su di una rocca a picco sul lago lascerà cadere la lama

                            E noi vivremo la nostra storia d’amore per l’eternità .