
2 PARTE - 7 -
DREAM VIRTUAL DIALOGUE BY
MARIA LUISA SANTELLA
MARIA LUISA ABBATE
MARLUNA3001

NELLA STANZA BIANCA 4 m x 4 m
MADELEINE: Riprendi a studiare la pergamena?
JOSEPH: Cerco di orientarmi. C’è un messaggio cifrato in questi geroglifici scritti su
queste carte non ricordo come venute in mio possesso.
Credo diano le coordinate principali per raggiungere la Porta dei Sogni.
Non appena però inizio a studiare resto inerme, come ingoiato da una sorta
di liquido amniotico. Lì, in quell’ataraxia, comincio a percepire il messaggio
Quando torno in me annoto i pochi brandelli che restano leggibili.
Poi riprendo ad osservare la soglia che separa il sogno dalla vita.
MADELEINE: In quel punto lettura e scrittura rivelano un’unica identità, ogni forma di
percezione si dilata e si può sentire un soffio della nostra reale esistenza.
JOSEPH: Questo processo mi porta a confrontarmi con le molteplici variazioni della
mia storia che, una volta assunte, come strati di pelle, una ad una cadono da
ciò che considero me. Ad ogni caduta la verità di me raggiunge un superiore
livello di coscienza.
MADELEINE: Tutte quelle personalità così diverse e simili a un tempo, sono slittamenti di
un’unica creatura intenta alla sola attività di inventare se stessa attraverso la
somma di infinite storie parallele. Ed ho il sospetto che quella creatura non
siamo noi, si serve di noi.
JOSEPH: In questo processo scrivere, riscrivere, vivere hanno la stessa funzione:
alimentare un viaggio in cui i giochi deformanti del cervello svaniscono
sempre nel corpo di una donna che ad ogni caduta diventa più vera.
MADELEINE: Un gioco a rimpiattino.
Mappe sempre più elaborate. Delitti sempre più eccentrici.
Filosofie sempre più astruse.
Magie. Fratture spazio/temporali. Simulazioni.
Per liberarti di me: Madeleine la Chiesa.
Ed ancora ho il sospetto che non sei tu a volerlo ma chi si serve di te.
JOSEPH: E mentre tento di annullarti più ti saldo alla mia storia…
MADELEINE: A memento che la lunga notte degli uomini è svanita da tempo.
JOSEPH: Non riesco a pensare ad altro che a possederti.
MADELEINE: Per riprendere possesso di te.
JOSEPH: Sei apparsa al mio fianco nella lunga notte dei giganti.
Dopo le tempeste mutanti hanno avvolto ogni cosa.
Sei scivolata giù dal mio fianco e mi ti sei appiccicata addosso
come una malattia.
Due grandi occhi umidi, bassi su due manine rosa intrecciate
compostamente in grembo sotto un vago sorriso.
MADELEINE: Amore!
JOSEPH: Pelle dopo Pelle mi rivolti, cancellando col tuo corpo caldo
come un mucchietto di sale anche la memoria della notte fallica.
MADELEINE: E intanto tu continui ad uccidere le mie estati.
JOSEPH: Per restare unico interprete di me stesso, solo, immobile sulla soglia
dell’ancestor cannibale.
MADELEINE: Un giorno o l’altro fermerai il giro poetico delle nostre stanze,
quest’assurdo Luna Park che, delitto per delitto, ci spinge oltre la notte
alle nostre origini sull’isola dei bambini morti.
JOSEPH: Mi sento stanco, di quella stanchezza a cui non sai più abbandonarti.
MADELEINE: E’ venuto giù un po’ di freddo.
Quando abbiamo visto l’alba l’ultima volta?
JOSEH: E’ tempo di iniziare la mia ispezione.
MADELEINE: HappyMan…Felice Uomo!
JOSEPH: Mi sento come paralizzato, ma vado.
La porta?! Sono io che vado verso di lei o è lei a venire verso di me?
MADELEINE: Non ci pensare. E’ un frutto trappola.
JOSEPH: Le assi? Dove sono finite le assi?
MADELEINE: Sparite!
JOSEPH: Si apre! Oh! Una luce bianca, accecante, livida. Mi ferisce. Ah!
MADELEINE: Splendido! Osanna! Osanna!
JOSEPH: Una sala operatoria. Entro. Al centro una zattera. Sopra vi è un omuncolo.
Dalla sua testa vengono estratti ed immessi continuamente:
Parole. Immagini. Numeri.
Le pareti del teatro operatorio saltano. Hop!
MADELEINE: Babilonia la Rossa finisce dentro il quadrato magico e salta anche lei. Hop!
Buon Compleanno, Joseph!
JOSEPH: Mi sveglio e ti vedo come per la prima volta.
MADELEINE: Quanto tempo abbiamo navigato nel buio?
JOSEPH: Guardarti troppo fa male.
MADELEINE: Joseph?
JOSEPH: La tua voce sa di mare.
MADELEINE: Joseph?
JOSEPH: Liquida scende nelle vene.
MADELEINE: Joseph?
JOSEPH: E’Joseph il mio nome?
MADELEINE: Oh! Joseph!
JOSEPH: Forse è solo lunedì e sono già due notti che gliela dò giù con l’alcol.
MADELEINE: Non andare via, Joseph!
JOSEPH: Gli artifici sono tutti esplosi! Spruzz! E le apparenze non ingannano più!
MADELEINE: Vieni?
JOSEPH: Ci fosse almeno la luna.
MADELEINE: Troppo tardi!
La stanza è crollata ai nostri piedi rivelando al di là una stazione.
JOSEPH: Sono nella sala d’attesa. Grande, sporca, piena di derelitti.
MADELEINE: Una sigaretta? No! Grazie, non fumo.
JOSEPH: Giunge un treno. Saliamo?
MADELEINE: Sono già nel corridoio. Affacciata ad un finestrino.
Il treno si ferma.Le porte si aprono.
JOSEPH: Sono sotto la pensilina ad attenderti.
MADELEINE: Cado ai tuoi piedi come un cadavere. Sorrido perplessa. Balliamo?
JOSEPH: Saliamo sul treno.
MADELEINE: Tiro fuori una fiaschetta d’argento tempestata di rubini.
Bevo d’un fiato. Ne vuoi?
JOSEPH: No! Grazie! Mangerei pane e formiche. Sei la bambina dei neon?
MADELEINE: Con qualche sbuffo di tulle in più. (Ride)
JOSEPH: C’è una porta aperta.
MADELEINE: Dà su un viale alberato. In fondo un albergo di infima categoria.
JOSEPH: Vedi una donna?

MADELEINE: Ci si arriva per una scala a chiocciola.
JOSEPH: Infinito dove sei? Mi sono perso nelle viscere della terra.
Infinito volo fuori di me. Raccoglimi.
MADELEINE: Mi inoltro nell’albergo.
Tra stanze e corridoi si rincorrono spezzoni di dialoghi. Non ascoltarli.
Stanze. Arredamento. Luci. Tutto si ripete con monotonia ossessiva.
Alle pareti sempre lo stesso quadro raffigurante la camera stessa.
Nella polvere niente tracce. Nemmeno le nostre.
JOSEPH: Giro l’angolo e t’incontro. Sei la bambina dei neon?
MADELEINE: ( Ride) Con un’aria da prima comunione.
Buonasera!
JOSEPH: Buonasera!
Ci sono camere libere?
MADELEINE: Non sente un porta cigolare e dei passi furtivi al primo piano?
JOSEPH: E’ un negro . Da dove sbuca fuori? Si attacca al sassofono e suona.
Poi si ferma e saluta: “Ehi! Pupa! Ci si rivede?!”
MADELEINE: Mi sento a disagio. Come una che entra per la prima volta in un bordello.
JOSEPH: A un lamento particolarmente struggente del sassofono si spalancano tutte le
porte. Ne escono eleganti coppie danzanti. Tutte identiche.
A un tempo con la danza scosse di terremoto.
Singulti che ingoiano le coppie tra le macerie.
MADELEINE: Nessuno si accorge di me. Uno specchio. Mi guardo. Impugno una pistola.
La sollevo. La punto. Diritto davanti a me.
Crastula! Crastula! T’aje da spaccare!
Crastula! Crastula! T’aje da schiantare!
Sparo! Dallo specchio ferito erompe il mare che tutto sommerge.
JOSEPH: Giro l’angolo. Sbuco in una stazione dell’underground.
Stretta nel tuo cappottino nero sei ferma in attesa.
MADELEINE: Piove. Tanti ombrelli. Luci di tempesta.
Una mano gelida si posa sulla mia spalla.
Decisa mi costringe a girarmi.
Un piccolo, affascinante, cinese. Sorride enigmatico.
Mi fa cenno di seguirlo. Usciamo.
Per ore camminiamo su di una sabbia di conchiglie, alghe e detriti.
Poi ci inoltriamo in un dedalo di viuzze sconclusionatamente etniche.
Un brulicare di odori, musiche, voci, mercanzie multiculturali.
Ciarpami di facciata.
Estraneo a tutto ci segui come in trance.
Improvvisamente il cinese gira sulla destra.
Assicuratosi che lo seguo s’infila in una fumosa lavanderia.
Un trillo di sassofono s’imbatte nei miei stupori.
Lo seguo ancora. Mi conduce in una stanza circolare su retro.
Nel mezzo un letto ad acqua anch’esso di forma circolare
che si riflette in uno specchio sotto al soffitto.
Con un gesto delle spalle mi libero del cappotto e crollo su una poltrona.
Il cinese comincia un intrigante spogliarello.
E’ bello! Nudo. Infantile. Femmineo.
Si disegna le labbra col rossetto che lascia scivolare giù fino al pube.
Preso di sé si avvinghia a se stesso in un autoamplesso senza fiato

che tristemente consuma fino all’orgasmo.
Va poi all’armadio e ne tira fuori un abito di paillettes rosso.
Fulmineo lo indossa a pelle con nonchalance.
Si lascia cadere sul letto.
Minuzioso, strisciante, avvincente, il negro e il suo sassofono
gli si avvicinano a titillare, carezzare, sfiorare, tra fumo e lenzuola
mai lavate che si lamentano, le carni afflitte.
Toccamenti. Sfinimenti. Sdilinquimenti. Impassibili trasporti.
Infine il negro infila nel culo del cinese il sax che continua ad emettere
suoni dando vita ad una metafisica pop love song.
Chiudo gli occhi. La musica si espande ed ingoia me e la camera
lasciandomi qui ai tuoi piedi come un mucchietto di stracci
scosso da brividi di febbre in una ragnatela.
JOSEPH: Che gioco stupido! Vieni ti raccolgo tra le mie braccia.
Una dolce carezza…a mezz’aria. Vieni! Ti porto fuori?
Mi rigiro nel letto. Fa freddo. Striscio fino alla finestra.
L’ombra fuori dà segni di agitazione.
E’ un’ombra che ama acquattarsi tra le crepe.
L’altra ombra, quella al centro del lago, trema….
Deve esserci un modo di portarti via da questo posto.
MADELEINE: Forse per la gradinata che circonda la Rocca.
JOSEPH: Conduce solo al lago.
MADELEINE: Forse attraverso quelle acque possiamo giungere fino alla sfera di vetro
che si trova al centro della terra.
JOSEPH: Dici….la Terra dentro la Terra?